Disastro Facebook spiegato bene e perché ci riguarda da vicino

Cambridge Analytica è un’azienda privata Inglese che si occupa di ricezione ed elaborazione di dati digitali per l’implementazione di campagne di comunicazione, soprattutto politiche. 

The Atlantic, in questo paragroafo, spiega in modo esemplare cosa è successo e da dove deriva il terremoto che sta travolgendo il mondo di Facebook e dei social:

“Nel giugno 2014, un ricercatore di nome Aleksandr Kogan ha sviluppato un’applicazione per il quiz di personalità su Facebook. Si è ispirato ad una simile app per il quiz sulla personalità realizzata dallo Psychometrics Center, un laboratorio dell’Università di Cambridge in cui lavorava Kogan. Circa 270.000 persone hanno installato l’app di Kogan sul loro account Facebook. Ma come per qualsiasi sviluppatore di Facebook al momento, Kogan poteva accedere ai dati relativi a quegli utenti o ai loro amici. E quando l’app di Kogan ha richiesto quei dati, ha salvato quelle informazioni in un database privato invece di eliminarle immediatamente. Kogan ha fornito un database privato, contenente informazioni su 50 milioni di utenti di Facebook, alla società di analisi dell’elettorato Cambridge Analytica. Cambridge Analytica l’ha usata per realizzare 30 milioni di profili “psicografici” sugli elettori”, ovvero schedare 30 Milioni di elettori secondo i loro dati immessi in Facebook e le risposte fornite al test.

Kogan, sviluppatore di Facebook che aveva legittimo accesso a quei dati, non li ha cancellati, ma ha deciso di venderli alla Cambridge Analytica.

Questi dati sono poi stati utilizzati dalla Cambridge Analytica nelle campagne elettorali come quella di Donald Trump, a supporto della Brexit e di Ted Cruz. Insomma, i dati sono stati venduti in maniera del tutto trasparente a clienti dell’azienda. 

E quindi, dove sta il problema? Sta nel fatto che Kogan abbia avuto modo di raccogliere ed esportare da Facebook, pur essendo titolato a farlo, milioni di dati e profili sulle persone con le loro scelte e comportamenti all’interno del suo semplice quiz di stampo politico.

Si è avverato (o, forse, per la prima volta è emerso) un gigantesco caso di vendita di massa di dati sensibili senza che il diretto interessato (in questo caso, giocatore di un’applicazione su Facebook), ne avesse pre-autorizzato il consenso.

Finalmente pare che le grandi istituzioni mondiali e la politica si muovano per di vederci meglio in questa torbida vicenda, ma sembra chiaro che il problema di entità aziendali in mano a privati che gestiscono dati in maniera ormai più onnisciente degli stessi stati nazionali, sia diventata un serio.

La questione Cambridge Analytica, alla quale Facebook in modo imbarazzante non sta rispondendo ufficialmente, porta alla ribalta il tema della sicurezza dei propri dati personali, oggi bene quasi più prezioso del petrolio proprio perché in grado di raccontare all’azienda usi e costumi specifici e precisi del singolo consumatore (nel caso di Cambridge Analytica, tendenze politiche).

Assistiamo all’avvio di uno scontro epocale tra la filosofia dell’ultraliberismo che ha portato grandissime oligarchie imprenditoriali a dominare le nostre vite, che si scontra con un concetto emergente che il mondo delle Criptovalute cerca di portare alla luce. Ovvero il principio per cui l’unico autorizzato a gestire i propri dati è l’individuo stesso, che demanda questa possibilità al massimo agli intermediari di Criptovaluta, ai soli fini di prevenzione del crimine.

Ciò che oggi il nostro mondo rappresenta è, pur nell’avanzamento tecnologico eguale per importanza ai social network, diametralmente opposto a ciò che rappresenta il cuore del business di questi ultimi.

La vittoria della battaglia è troppo presto per prevederla, ma lo scandalo appena scoppiato con Facebook pare scalfire l’idea monolitica e assoluta che i dati personali e di comportamento online possano essere conservati da un privato ed utilizzati ai fini più disparati dietro la spunta di banali clausole di privacy al momento dell’iscrizione ad un social. 

La libertà individuale ha un caro prezzo. E, come si dice, chi ben comincia….

 

 

 

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