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No. Il titolo non è un errore. E’ un libero “plagio” di un articolo di Matt Levine su Bloomberg

L’articolo dice sostanzialmente una cosa: pure la celebre Università di Harvard si è sbronzata con la blockchain.

L’editorialista di Bloomberg prende in esame il paper “Blockchain Technology for Corporate Governance and Shareholder Activism” di Anne Lafarre and Christoph Van der Elst, pubblicato sulla piattaforma del Forum di Corporate Governance a Financial Regulation della Harvard Law School.

Il paper esamina con attenzione i processi di sostituzione al vertice nelle grandi aziende. In particolare spiega i modella di svolgimento degli Annual General Meetingf of Shareholders (AGM). La tesi del paper è che nei processi decisionali sulle nuove figure ai vertici delle aziende, nelle decisioni che gli shareholders (in italiano, azionisti) devono prendere, influiscano troppi fattori che condizionano il voto. 

Senza entrare in tecnicismi, i famosi “costi di transazione” nella teoria dei processi decisionali sono tutti quei passaggi, voci, informazioni che circolano nel sistema prima di arrivare alla decisione prima che questa sia discussa e votata. Le voci rappresentano informazioni non chiare o che perdono la propria veridicità con l’aumentare del numero di passaggi.

Inoltre, oggi le assemblee degli azionisti sono un costo per le aziende e, in caso in cui vengano organizzate a distanza, spesso la partecipazione degli azionisti ha problemi di identificazione dell’identità digitale.

Bene, il paper in oggetto sostiene una cosa: tutti questi problemi possono essere in gran parte risolti con la blockchain. Questa, in maniera chiara permette un’identificazione incontrastabile degli utenti, permette a tutti di avere le medesime informazioni senza costi di transazione, permette la massima trasparenza ed efficienza.

Insomma: la blockchain secondo Harvard potrebbe aiutare a risolvere problemi nei processi decisionali interni alle organizzazione, come già molti hanno sostenuto, in termini di identificazione, tempistica, chiarezza.

Levine pone a questo un’obiezione: ma non sarebbe sufficiente creare una piattaforma web dove tutti devono pre-registrarsi in modo certificato, in cui le informazioni sull’Assemblea degli azionisti sono condivise preventivamente con tutti e dove i processi di voto sono univoci?

Tecnicamente, si.

Il valore della blockchain applicato agli strumenti organizzativi e processi decisionali già esiste, e rappresenta un modo diverso di fare cose già possibili. L’innovazione, in questo caso, non è affatto dirompente. E l’utilizzo del mantra “blockchain” in questo senso rischia di evolversi per quello che é: nulla più che un modello di software di gestione delle organizzazioni come altri. 

Ma se anche Harvard cade nel mito sconvolgente della blockchain che aiuta a rivoluzionare le decisioni sul presidente della grande industria o della Pro Loco di Vattelapesca, i tempi non sono affatto sereni.

Per diventare grandi, serve uscire dal sensazionalismo dei termini per arrivare, finalmente, alla realtà.

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